9 ottobre 2019

Once Upon A Time In Hollywood - La fiaba di Tarantino



Il pregio più grande che mi sento di riconoscere a questo film è che non è piaciuto a tutti, creando una evidente spaccatura tra il pubblico. Negli ultimi tempi avevo anche io criticato Tarantino auspicando infatti che il buon vecchio Q. si allontanasse un giorno o l’altro dalla struttura classica delle sue opere o che magari tornasse al passato. Con The Hateful 8 aveva cominciato a cambiare, con un’eco a Le Iene e a un cinema più rilassato e meno fumetto. Infatti già quel film era stato accolto non benissimo ed era stato pure considerato noioso. Ora, ho letto commenti che bollavano Once Upon A Time In Hollywood come “noioso quanto The Hateful 8”. Si dice sempre più spesso che andrebbe tolto il diritto di voto per quelle persone che sparano minchiate su argomenti seri, io vieterei l’ingresso al cinema a certe persone per determinati tipi di film. Per me, OUATIH è un film che per essere amato e compreso ha bisogno di due cose: conoscenza dell’autore e buona cultura cinematografica. Se non conosci Tarantino e in vita tua hai visto pochi film o comunque film che non necessitano un’apertura mentale importante, allora corri il rischio di non apprezzare a fondo l’ultima fatica di Quentin.

Cos'ha fatto Tarantino? Ha creato un film tipicamente Tarantiniano ma cambiando alcune cose. Questo ha spiazzato lo spettatore medio che si aspettava tutt'altro. Ho letto critiche sull'assenza di trama, eppure questo film una trama ce l’ha, e se tu non la vedi allora è un tuo problema, non di Tarantino. Ma poi basta con questa storia che i film debbano avere una trama ben visibile. Lo spettatore medio vuole la sicurezza, vuole che il film vada dal punto A al punto C, passando prima dallo  snodo del punto B. Se lo spettatore medio non ha ben chiaro e visibile questo percorso sotto gli occhi, allora va fuori strada, non riesce a capire il perché di quello che vede sullo schermo e automaticamente dice che il film non ha trama. Ma se mi dici che OUATIH non ha trama allora non capisci un cazzo.

Questo film è essenzialmente una fiaba. Abbiamo il paese incantato, Hollywood; l’eroe (in questo caso più un anti eroe) Rick Dalton; l’aiutante dell’eroe, Cliff Booth; abbiamo la principessina “da salvare”, Sharon Tate; i cattivi, ovvero la setta di Manson; e possiamo metterci in mezzo pure l’oggetto magico ovvero il lanciafiamme. Una fiaba, né più né meno. Se vediamo il film in questi termini allora ci sarà più chiaro tutto.

La tanto agognata trama è costituita da scene di vita di tutti questi personaggi. Sequenze che ci raccontano un mondo, quello di Hollywood, e un’epoca spartiacque, il finire dei gloriosi anni 60. Tarantino non vuole raccontarci una storia complessa di personaggi che devono fare cose, che cercano di farle per tutto il film e alla fine del film riescono a farle. No. Ci vuole raccontare uno spaccato dell’America ma soprattutto un momento fondamentale per il suo amato Cinema, un cambiamento radicale, il passaggio fra vecchio (Rick Dalton, la tv, il vecchio cinema) e nuovo (Polanski, la New Hollywood). Questo è essenzialmente il suo intento: regalarci uno sguardo verso qualcosa che non c’è più e che noi non abbiamo mai visto, qualcosa a cui lui ha assistito e che l’ha segnato. Ecco perché possiamo benissimo considerare questo come il suo film più personale e intimo. Molto più degli altri. Ed è questo il motivo principale per cui mi è piaciuto un casino.

Tarantino mixa personaggi reali a personaggi fittizi, creando così la sua personalissima fiaba che parla di Cinema. Per questo il finale del film non può che essere così. Tarantino stravolge il corso della storia reale, come aveva fatto con Hitler in Inglorious Basterds, ai fini della sua di storia, o di fiaba. La vicenda di Sharon Tate è solo un escamotage per raccontare l’amicizia fra Rick e Cliff e la parabola ascendente di entrambi. Happily ever after. E vissero tutti felici e contenti. Così solitamente si concludono le fiabe. Così si conclude anche questa di fiaba. Sharon Tate sopravvive, Cliff è l’eroe che salva tutti (e salva pure la sua amicizia con Rick), mentre Rick grazie all’attacco della Manson Family trova una luce di speranza per la sua carriera. Grazie ai fatti di quella notte viene invitato a casa della Tate (che si scopre essere una grande fan di Rick fucking Dalton), e probabilmente in futuro avrà l’onore di conoscere Polanski e perché no, recitare in un suo film. Tutto è bene quel che finisce bene. Chi dice che stravolgere la storia vera del massacro di Cielo Drive sia stato irrispettoso verso le vittime o che sia stato uno spreco ai fini della storia del film, sbaglia di grosso ma soprattutto non ha colto la vera essenza del lavoro di Tarantino. La gente che si aspettava un film pulp sulla Manson Family sarà rimasto deluso, perché Tarantino sorprende tutti raccontando tutta un’altra storia. E io dico grazie al cielo. C’è chi avrebbe preferito maggiore spazio e risalto alla Manson Family. Ma perché? A quel punto sarebbe stato un altro film, perché o fai una o fai l’altra cosa. Staremmo parlando del solito Tarantino ricco di violenza, scene esagerate e dialoghi incredibili. Ma che palle, soprattutto in quello che dovrebbe essere il suo penultimo film. Invece possiamo godere di un film così fottutamente Tarantiniano ma anche DIVERSO dagli altri. E questa è la cosa che apprezzo di più e per la quale mi viene da ringraziare Quentin.

Per quanto riguarda le differenze coi film precedenti, possiamo citare subito la presenza meno forte della violenza (marchio di fabbrica del buon Quentin), caratteristica già evidente in The Hateful 8, ma soprattutto i dialoghi. Quentin ci ha sempre abituati a dialoghi lunghi, densi, spettacolari, da imparare a memoria, che tratteggiavano sì un po’ il carattere dei personaggi ma che fondamentalmente non erano così tanto necessari ai fini del racconto. Qua in OUATIH invece fa il contrario. Non ci sono dialoghi eccessivamente lunghi, a parte un paio. Ogni dialogo ha senso di esistere per lo svolgimento della storia. Pensiamo al lunghissimo scambio di battute (che molti troveranno noioso) tra Rick e quella cazzo di bambina doppiata in modo odioso. Il dialogo procede crescendo di intensità fino a culminare col pianto di Rick che riflette sulla sua vita e carriera. Grazie a quel dialogo, qualche scena dopo Rick la farà vedere a quella cazzo di bambina e a quel cazzo di collega dando la sua miglior interpretazione attoriale. Possiamo anche citare il dialogo iniziale tra Al Pacino e Rick. Lungo ma essenziale. Da lì Rick comincia a capire di avere le ore contate, se non cambierà rotta (andando in Italia a girare i cazzo di western!!!).

Credo di avervi fatto capire abbastanza bene che questo film mi è piaciuto veramente tanto. Ma forse non abbastanza, quindi elencherò alcune delle cose che mi sono piaciute di più.

La fottuta regia di questo film è una roba che mi fa venire la bava alla bocca. La padronanza del mezzo da parte di Tarantino raggiunge l’apice. Ma si sa che accanto a un grande regista c’è sempre un grande direttore della fotografia, per questo non si può non citare lo straordinario lavoro di Robert Richardson (forse la sua migliore opera con Tarantino).
La sequenza del ranch è da manuale. La tensione che Tarantino riesce a creare e a portare avanti per una decina di minuti è pura poesia, con un montaggio sonoro incredibile. Sequenza che prima ti fa venire i brividi perché ti aspetti chissà cosa (Cliff ammazzato, il vecchio George morto etc.), mentre in realtà si conclude con la scena più comica del film, il dialogo fra George e Cliff. Questo film è tutta una sfilza di scene che portano lo spettatore ad aspettarsi una cosa ma poi lo sorprendono con tutt’altro: l’incontro tra Bruce Lee e Cliff che viene interrotto, senza un vincitore; la sequenza del ranch; lo stesso finale col mancato assassinio di Sharon Tate ma con lo sterminio degli hippie.

Voglio spendere due parole per il personaggio di Sharon Tate. Già dopo la presentazione a Cannes, e soprattutto con l’uscita negli USA, si polemizzava sul fatto che al personaggio interpretato da Margot Robbie fossero state date pochissime battute e che fosse stato trattato non benissimo. Ero un po’ preoccupato, ma mi son dovuto ricredere. Il personaggio di Sharon Tate è meraviglioso. Così dolce, spensierato, pieno di vita, di speranza per il futuro. Una metafora del nuovo cinema. Le scene a lei dedicate sono meravigliose, una fra tutte quella in cui va assiste al suo film al cinema per scoprire la reazione del pubblico. Commovente.

Degli attori neanche ne parlo in maniera approfondita perché non avrebbe senso. Cosa dovrei aggiungere? Basta vedere le performance. E pensare che l’ho visto due volte ma doppiato. Quando lo guarderò in inglese come reagirò? Di Caprio in grandissima forma, prova difficilissima e probabilmente meglio di quella in The Revenant che gli ha fruttato l’Oscar (avete mai visto The Aviator di Scorsese?). Margot Robbie io la amo quindi sono di parte. Dolcissima e ipnotizzante, merito anche del personaggio scritto da Quentin. Ma il mio preferito resta Brad Pitt, immenso. Il personaggio migliore del film, e uno dei migliori di Tarantino. Fottutamente meglio del Tenente Aldo Raine, più personaggio vero e meno macchietta esagerata. Cliff Booth ce lo ricorderemo per molto tempo. Nomination all’Oscar pe entrambi gli attori prima di subito. La prova di Brad Pitt sembra semplice ma non lo è affatto. Spesso interpretare un personaggio calmo e pacato è più difficile di interpretarne uno sopra le righe (guardate Casey Affleck in Manchester By The Sea).
Menzione speciale per la musica. Perfetta, come sempre del resto.
L’ho lasciata per ultima non perché meno importante ma anzi perché è la cosa migliore del film: il personaggio della hippie Pussy, il cui nome è tutto un programma, con le sue gambone e quel visino al quale difficilmente riusciresti a resistere e per il quale faresti qualsiasi cosa. Abbiamo tutti invidiato Cliff in quel momento.

Ci sarebbero altre mille cose da dire su questo film ma ho scritto anche troppo… E poi è sempre meglio parlarne davanti a una birra piuttosto che davanti a uno schermo. E poi cazzo devo trovare un posto dove appendere il poster gigante che ho preso dal Cinema.

Comunque è il film migliore che potessimo aspettarci. Davvero.

Grazie Quentin. Alla prossima!





2 commenti:

  1. Vedo che UOAT ha incassato relativamente poco, meno della metà di JOKER.
    Ma per me è da Oscar (almeno sarà nominato).
    Pensandoci bene, penso che ai giovani (diciamo agli under 40) la Hollywood degli anni '60 sembra preistoria; a loro sembra bellissimo e attualissimo JOKER perché parla della miseria e della disperazione delle megalopoli.

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  2. Sono d'accordo soprattutto sulla grandiosità della sequenza al ranch e sulla grandezza di Brad Pitt in questa interpretazione, una spanna sopra tutti!

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