MANCHESTER BY THE SEA - Un dramma meraviglioso - Born to dream

venerdì 24 febbraio 2017

MANCHESTER BY THE SEA - Un dramma meraviglioso


Manchester by the sea è un film che mi è piaciuto tantissimo fin dalla prima visione. Il giorno dopo, e nei giorni successivi mi è piaciuto ancora di più. Questa è una caratteristica per me importante in un film: quando ci rifletti a mente fredda e continua a piacerti sempre più, significa che ti è proprio entrato dentro e ci sta restando anche dopo la prima visione.

È un film duro, drammatico a livelli esorbitanti, che però ti distrugge dentro senza mai scadere nel ridicolo, nel banale e soprattutto senza far scendere la lacrimuccia facile. Per questo è un gran film.
Parla del lutto e lo fa in una maniera molto realistica. Io non ho mai vissuto, per fortuna, il tipo di drammi raccontati nel film. Qualcuno li avrà vissuti e riuscirà ad entrare subito in empatia coi personaggi e a vivere la storia in modo diverso. Io sono uno spettatore molto esterno.
È un film che però non lascia molto spazio ad un empatia tra spettatore e personaggio. A partire dalla sceneggiatura che mi è piaciuta tantissimo. Molto reale, con pochi fronzoli ti fa entrare nella storia di questi personaggi tenendoti però sempre a debita distanza da loro. Le scene, i dialoghi, non sono di immediata comprensione per lo spettatore, non sono espliciti o troppo didascalici. La regia, che potrebbe sembrare piatta o normale, impone un muro tra spettatore e personaggi. È come se il regista ti stesse dicendo "Spettatore, guarda la storia di queste vite, ma restaci lontano; non potrai capire il loro dramma". Per buona parte del film lo spettatore sta dietro questo muro, ad osservare. Nella prima metà ci sono pochissimi primi piani, si lascia spazio a figure intere o piani americani, ma mai troppo vicini, mai troppo invadenti. Questo forse per evitare che lo spettatore possa entrare subito in empatia coi personaggi.
La sceneggiatura mi è piaciuta tanto, ripeto, perché le situazioni sono estremamente reali, strappate dalla realtà e ricopiate sullo schermo.

Casey Affleck, che interpreta il personaggio di Lee, è da Oscar. Non mi importa del suo passato, non so cosa abbia fatto di tanto brutto, non mi sono informato e per ora non mi interessa. Se devo parlare del Casey Affleck attore posso solo dire che ci ha regalato una performance magistrale. 
Lavora tanto di sottrazione. Per molti può sembrare semplicemente apatico: "Facile, passa tutto il tempo con lo sguardo basso, triste, riesco a farlo anche io". Si spoglia completamente e lavora su sguardo, movenze, e gestualità (quasi assente). Non è semplice tenere per due ore e passa un atteggiamento del genere.
Michelle Williams mi è piaciuta tanto. Ha una parte molto breve, neanche dieci minuti, ma la fa egregiamente. Non capisco tanto la nomination. Guardando il film mi sarei aspettato molte scene in più per lei, ma questa è un'altra caratteristica del film: smontare le tue convinzioni da spettatore, cinefilo, divoratore di pellicola. Tu spettatore pensi "ora succederà questo, ora sbucherà questo personaggio etc.". Ogni tua convinzione, Lonergan la distrugge.
Mi ha convinto anche Lucas Hedges, che interpreta il nipote di Casey Affleck.

Come definire il personaggio di Lee? È magnifico. Questo tipo di personaggio mi piace sempre nel cinema. Personaggi che non parlano tanto, che stanno sempre in disparte, protetti da una corazza senza voler molte intromissioni esterne.
Fin dalle prime scene Lee ci appare come una persona apatica, devastata. Lavora come custode di un palazzo a Boston. Dalle poche scene in cui lo vediamo interagire con gli abitanti di questo edificio, capiamo che lui non vorrebbe essere lì (e neanche Lee). Lui parla con queste persone ma ci parla con inerzia, ci parla perché è il suo lavoro, ma fondamentalmente non gliene frega nulla di loro o di dover interagire in altro modo con loro. Scatena una rissa in un bar per futili motivi, e notiamo in lui una rabbia repressa in lui, ma non immagineremmo mai il perché. 
Per buona parte del film non capiamo perché Lee è così. Intravediamo una devastazione del suo animo, ma non sappiamo bene il motivo. 
Nel linguaggio tecnico del cinema, quando si parla di sceneggiatura, si dice seminare per poi raccogliere. Lonergan semina tanti particolari per poi raccogliere più avanti, dopo quel plot twist che devasta non solo i personaggi ma anche lo spettatore. Lonergan è bravissimo in ciò. Semina anche nel momento in cui Lee ritorna nel suo paese d'origine. 
Manchester by the sea è una piccolissima cittadina dove si presuppone tutti si conoscano. Lee è costretto a tornarci dopo la morte del fratello, e a incontrare il nipote, il quale è praticamente orfano dato che la madre non si sa dove si trovi, fuggita via tempo prima a causa di un problema con l'alcol. Lee scopre che il fratello gli ha lasciato il figlio in tutela. Non vuole accettare questa cosa. È sconvolto, incredulo, ma Casey Affleck non è mai sopra le righe neanche in questi momenti.
Nella scena in cui Lee si trova dall'avvocato per discutere delle ultime volontà del fratello, Lonergan, da buon bravo sceneggiatore ma anche stronzo, inserisce il flash-back che ci porterà a sconvolgere la nostra visione. È un flashback che segue altri flashback che sono stati inseriti nel corso del film, sempre incastrati in modo preciso, senza mai dar fastidio. Scopriamo che Lee, in modo accidentale, ha provocato l'incendio della sua casa. Una sera ha fatto baldoria con gli amici, ubriacandosi, uscendo a notte fonda per recarsi in un negozietto, dopo aver acceso il fuoco per riscaldare la casa, dimenticandosi di mettere la protezione al camino. Lee rientra e scopre che casa sua è totalmente andata, rasa al suolo, e che i suoi tre figli, e ripeto TRE figli, sono morti, e che la moglie (Michelle Williams) è in ospedale.
È una scena dura da mandare giù. Ti devasta, ma il modo in cui è raccontata ti lascia sì con l'amaro in bocca, con un magone allo stomaco, ma non ti fa commuovere, non ti fa piangere ed è perfetto raccontare una scena del genere in questo modo, tenendo la coerenza con tutto il resto raccontato prima e quello che si racconterà dopo.
Lee è distrutto. Nella centrale di polizia cerca di uccidersi con una pistola che ha sottratto ad un agente. Già lì capiamo perché questo personaggio per tutti i 60 minuti precedenti al plot twist era così. Lonergan ha seminato per poi raccogliere. Il momento del raccolto è un momento cruciale, incredibile. E grazie a questa semina portata avanti nel corso delle sequenze precedenti, lo spettatore viene devastato ancora di più. Prima di questo plot twist tu cominci a sapere delle cose mediante i flashback e gli atteggiamenti di Lee, ma non sai mai perché. Quando capisci il motivo, non ce n'è per nessuno. È qualcosa di devastante. Ed è l'esempio di una grande sceneggiatura. Seminare bene e raccogliere frutti squisiti. Tutto ciò che viene dopo questo momento è visto con altri occhi, a partire dal personaggio di Lee. E ti chiedi dove cavolo sia Michelle Williams.

Vorrei spendere due parole sul rapporto tra Lee e il nipote Patrick. È un rapporto che parte un po' incrinato. Da alcuni flashback scopriamo che i due hanno avuto, quando Patrick era piccolo, un tipico rapporto zio-nipote, quindi quasi di amicizia. Il loro rapporto attuale parte però un po' in sordina. All'inizio non si sopportano granché, vuoi l'atteggiamento di Lee, vuoi per il dramma che sta vivendo il ragazzo, insomma non si amano più di tanto. Si sopportano perché devono farlo date le circostanze.
Questo rapporto via via cresce ma non decolla mai completamente, ed è un altro fatto per cui il film è così reale. 
Da un film semplice che tratta questo argomento ti aspetti questo: il ragazzo perde il padre, Lee ha avuto una tragedia che lo ha devastato; il ritorno nella sua cittadine d'origine, il vivere a contatto col nipote gli permette di superare il trauma vissuto tempo prima, gli permette di prendere in mano i brandelli della propria vita, rimetterli assieme, ripartire da zero nel suo paese insieme al nipote, che ha avuto una tragedia non violenta come quella di Lee ma pur sempre una tragedia, e vissero tutti felici e contenti, col sorriso stampato, rincontrando l'ex moglie, ripartendo da zero.
No. Lonergan ti sferra un cazzotto, poi un altro, poi ti rifila due schiaffi e ti dice che è questa la vita. Non c'è quasi mai il lieto fine. Questa è la vita nella sua assurdità, brutalità.


Il finale del film è meraviglioso perché non è un finale chiuso ma neanche così tanto aperto. Ci dà uno spiraglio di speranza, soprattutto per il personaggio di Lee. Non accetta di fare il tutore, non può farlo, non se la sente e non è in grado. Ha tolto la vita ai suoi figli, ha avuto una tragedia così grande che non riuscirà mai a ricomporre i pezzi della propria vita e non sarà mai in grado di badare a qualcun altro. Potrebbe fare un tentativo con Patrick, ma il dolore è troppo grande per poter ripartire da zero. A volte non puoi sconfiggere il dolore. Io non ho avuto tragedie del genere, per fortuna, ma non credo sia così facile, soprattutto quando togli la vita ai tuoi figli; non è semplice ripartire da zero. Non accetta di fare il tutore ma aggiusta la vita del ragazzo. Sceglie come tutori una famiglia di amici del padre, gente brava, gente che aveva a cuore il padre del ragazzo e che avrà pure a cuore le sorti del figlio. Permette a Patrick di stare lì, di continuare il suo cammino. 
Lee torna a Boston e continua la sua vita in modo apatico, continua a non vivere. È come se lui si stesse condannando a morte, non morendo fisicamente ma vivendo una vita da morto che cammina. Come se la sua prigione, dato che la giustizia non l'ha punito, ci pensa lui a rendersi giustizia da solo e a non vivere. Ma, nel suo buco/appartamento, decide di mettere un divano/letto in più, così potrà ospitare Patrick quando vorrà andare a trovarlo a Boston. C'è uno spiraglio di speranza. C'è una luce in fondo al tunnel. Per Lee, quella luce, quello spiraglio flebile, è rappresentato dal nipote.

Vorrei parlare poi della reazione di Patrick alla morte del padre. Può sembrare un po' strano il fatto che il ragazzo, dopo una normale commozione iniziale, sembra quasi non concepire nessuna tragedia, perché continua a vivere normalmente, uscendo con gli amici, giocando a hockey, uscendo con due ragazze nello stesso tempo, quasi come se nulla fosse cambiato. All'inizio ho storto un po' il naso, però poi ho pensato "chi sono io per dire come dovrebbe reagire un figlio alla morte del padre?". 
Patrick sta assorbendo la morte del padre mediante distrazioni. C'è una scena bellissima in cui lui torna coi piedi per terra. Una notte apre il freezer e cascano giù dei pezzi di pollo congelati. Il padre non è stato sepolto perché il terreno è ghiacciato e il corpo è dentro una sorta di frigorifero all'obitorio. Per questo, quando Patrick vede quel pollo congelato ha, probabilmente, una visione del padre che è come un pezzo di pollo dentro un freezer. Ciò gli provoca un attacco di panico. Lì realizza che il padre è morto. Dopo tante distrazioni la realtà piomba su di lui sotto forma di metafora. Mio padre ormai è come questo pezzo di pollo qui. È una scena molto bella, molto metaforica e potente.

Come ultima cosa vorrei parlare della scena fra Michelle Williams e Casey Affleck.
Lee becca per caso in strada la sua ex moglie, la madre dei figli che lui ha ucciso. Il dialogo parte con i due molto imbarazzati. Si capisce che non si parlano né si vedono da tanto tempo. Il dialogo è costruito in maniera fenomenale perché c'è una tensione che cresce ed esplode, dettata dalle parole scritte della sceneggiatura ma soprattutto dalle interpretazioni dei due attori. 
Michelle Williams nel frattempo è diventata di nuovo madre: ha voltato pagina, ha preso in mano la sua vita come non ha fatto Lee. Lei è andata avanti, lui no. Dopo alcune frasi formali e gli iniziali convenevoli, il passato comincia a spuntare fuori. La commozione la fa da padrona. Michelle Williams incolpa sé stessa per aver detto a Lee parole gravi in passato, e di averlo allontanato. Cerca di scusarsi, comincia a piangere, perché è pentita, dopo molti anni, di aver dato di matto verso Lee, anche perché ora lei,  dopo aver avuto modo di sfreddare l'animo, è nella condizione giusta di perdonare Lee e di farsi perdonare. Lei sta andando avanti e vorrebbe questo anche per Lee.
Casey Affleck è immobile, pian piano i suoi occhi cominciano a riempirsi di lacrime, ma non è una commozione che esplode all'improvviso. Non vuole sentire niente di tutto quello, non vuole essere perdonato, vuole restare così com'è, il giusto colpevole. Lei vuole interagire con lui, provare a riprendere ciò che avevano mollato. Casey Affleck è come se volesse uccidersi in quel momento. Avesse avuto una pistola a portata di mano l'avrebbe usata.
C'è una forza nel dialogo, c'è una tensione ed un'empatia incredibili tra i due.
Affleck poi pronuncia la battuta più bella del film: "There's nothing there". Non c'è niente lì. Non c'è più niente. Dentro il suo cuore. Nella sua vita. Nella sua testa. Tutto è distrutto. Quella battuta, il modo in cui è recitata, lo sguardo che la accompagna, fa venire i brividi. Questo significa recitare. Questa scena vale il prezzo del biglietto, vale la visione del film e vale un oscar per Casey Affleck. Perché lì capisci tutto di Lee.
There's nothing there. Non vedo perché io debba continuare a vivere, sorridere alle persone davanti a casa mia, alzarmi la mattina, far da tutore a mio nipote... Ho ucciso i miei figli. Come posso sopportare questo peso? Come posso meritare di vivere dopo tutto quello che ho fatto?

Non c'è niente lì. Non c'è più niente. Continuo a vivere, certo... ma non sono vivo... sono morto esattamente quel giorno là, la mia vita è finita in quell'istante... Tutto il resto è solo la cornice... il dipinto è andato distrutto...

Voto: 8,5



Nessun commento:

@templatesyard