THE GREEN INFERNO: provaci ancora, Eli! - Born to dream

giovedì 22 ottobre 2015

THE GREEN INFERNO: provaci ancora, Eli!


Qual è la cosa che mi è rimasta più impressa di questo film? Beh ma è semplice: gli occhi di Lorenza Izzo! Cacchio, ad ogni suo primo piano io morivo dentro. Che poi ho scoperto essere pure la moglie di Eli Roth. Ecco, appunto. Roth. Avendo già visto Cabin Fever e Hostel, conoscevo un pochettino il cinema di questo regista. Un cazzone, come personaggio QUASI ai livelli di Tarantino ma con un cinema che vira più al cazzeggio piuttosto che all'arte visuale. The Green Inferno non ha nessuna pretesa, se non quella di intrattenerti per un'ora e mezza e disturbarti un pochino. Roth ci è riuscito? Nì. Mi son seduto in sala senza pensieri, sapendo a cosa potevo andare incontro. Il film intrattiene ma oltre a quello non c'è nulla, e non credo che gli obiettivi della pellicola fossero altri. La prima parte può anche essere dimenticata. Molto lunga e noiosa hanno detto molti. A me non ha pesato più di tanto, complice un buon ritmo a discapito di alcuni dialoghi davvero orribili, quasi buttati lì tanto per riempire; una recitazione medio bassa (forse colpa anche del doppiaggio italiano) e Lorenza Izzo che comunque ti migliora un po' la visione. Dopo questo prologo lunghissimo il film invece parte molto bene. 

La sequenza dei ragazzi rapiti e portati al villaggio dagli indigeni è veramente ma veramente figa. Un piacere per gli occhi. Poi c'è la prima scena cruenta, lo squartamento del tipo nero. Ecco, quello è forse l'unico momento più disturbante del film, almeno per me. Anche se non è per niente pesante per lo stomaco. (La saga di Saw ha fatto molto peggio in questo senso). Però poi il film si perde e stagna in un limbo. I ragazzi sono intrappolati e devono cercare di scappare dalla mattanza. Cose già viste, può essere. Cose poco originali, senz'altro. Ma ripeto, il film non pretende di essere chissà cosa, ma forse un po' di pretesa in più non sarebbe stata male. 
In questa situazione drammatica, disturbante, troviamo poi alcuni momenti trash alla Eli Roth. Il tizio che si masturba e la ragazza che si caga addosso come se non ci fosse un domani (e un bagno). Ti fa ridere, per la demenzialità della situazione, questo sì, però ti chiedi se tutto questo non sia un filino fuori luogo. Ma guardi e passi avanti. 
Nel film c'è anche un abbozzo di critica sociale, al disboscamento delle foreste amazzoniche eccetera., ma si estingue sul momento. 



Scena memorabile: la ragazza bionda (quella che un attimo prima ha cagato dappertutto) che si rifiuta di mangiare la carne (all'apparenza di maiale) che gli indigeni hanno offerto loro, perché VEGANA. Dopo un attimo ci pensa (starà morendo di fame) e se la pappa pure con gusto, salvo poi scoprire che non era maiale quello che hanno mangiato, ma una loro compagna di viaggio cucinata poco prima dagli indigeni. E la ragazza allora, quando tutte le sue convinzioni, la sua fede, la sua religione vegana sono state cancellate in un batter di pupilla, si uccide.

La fotografia è molto accesa, soprattutto nella foresta, dove i colori sono incredibilmente accesi e creano un bell'effetto. Forse troppo colorato. In un film del genere ci si aspetta una fotografia più sporca, de saturata. Ma sono scelte. Qua si è puntato più a mostrare la bellezza di questa natura, che diventa poi l'inferno del titolo per i protagonisti.
Note a favore: le protagoniste sono fighe, la recitazione un po' meno; gli indigeni tutti colorati di rosso, ma specialmente i capi tribù sono davvero belli e inquietanti da vedere; e poi vabbé, l'ambientazione parla da sola. Meraviglia.


La sufficienza me la strappa anche se di poco, perché comunque riesce a intrattenere ed è quello che io volevo. Non disturba, almeno non così tanto come ci si aspettava anche dalla campagna mediatica, e questo deluderà forse i fanatici più estremi del genere. 


Voto: 6-



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