Born to dream

giovedì 21 settembre 2017

IT di Stephen King è il mio libro preferito

Dopo 8 anni dalla prima volta, eccomi di nuovo all'ultima pagina di IT di Stephen King, la numero 1315 per l'esattezza.
Finisco.
Rileggo quell'ultima pagina, giusto per non finire troppo in fretta. 
Giusto per non finire.
Non posso finirlo.
E dopo?

Chiudo il libro.
Chiudo gli occhi un momento, e ripenso a tutto ciò che ho letto in quelle 1315 pagine,
a tutto quello che ho vissuto in quelle pagine,
e a quelli con cui l'ho vissuto. 
Si dice che "Capisci di aver letto un buon libro quando giri l'ultima pagina e ti senti come se avessi perso un amico".
Io ne ho persi sette.
Bill, Ben, Beverly, Richie, Eddie, Stan, Mike.
Come se dovessi dire addio agli amici di sempre,
Come se una parte di me se ne andasse con loro,
con le parole che ho divorato in queste ultime settimane,
con l'emozione incredibile che ho provato.
Per me, IT rappresenta troppo per poter essere riassunto in poche righe.
Un giorno ne scriverò,
racconterò perché questo è forse il libro a cui mi sento più legato,
quello che sarà sempre il mio preferito.
Non è una storia di un pagliaccio assassino, non è niente di tutto ciò.
È molto, ma molto di più.
È un capolavoro che tutti, soprattutto gli adulti, dovrebbero leggere.
E non credo che nessun film mi renderà soddisfatto.
Non dopo che mi sono ritrovato catapultato in un'avventura struggente lunga 1315 pagine.




venerdì 3 marzo 2017

MOONLIGHT - un piccolo grande film


Moonlight è un film piccolo piccolo, semplice, ma girato col cuore e con un sentimento incredibile. Un film che è riuscito a farsi largo fra titoli molto più pompati e grandi fino a raggiungere l'Oscar come Miglior Film, cosa impensabile, quasi irraggiungibile per chi Moonlight l'ha realizzato. 

Togliendo le questioni politiche, sociali, o le questioni che stiamo vivendo in questo periodo, se dobbiamo parlare di Moonlight solo ed esclusivamente in quanto film, dobbiamo rendere atto che siamo davanti a qualcosa di meraviglioso.

Moonlight è la storia di una vita, quella di Chiron. Una vita vissuta ai margini della società come troppi bambini e ragazzi sono costretti  a vivere nel nostro mondo. È la storia di Chiron come bambino (Little), come adolescente, e come adulto (Black). È una storia di persone normali, semplici, che non hanno ancora trovato un posto nel mondo, che non sanno come trovarlo, non sanno chi sono e non hanno ancora compreso sé stessi e si lasciano trasportare e cambiare e modellare dall'ambiente che li circonda. 
Ecco, Moonlight è proprio questo. Chiron diventa un prodotto del suo ambiente, ambiente malsano, cattivo, che non ti lascia tregua se non sai come affrontarlo e che ti distrugge se non hai armi abbastanza affilate. 
La madre è una tossica che lo ama tantissimo, ma non riesce a dimostragli completamente quest'amore offuscata dalle nubi della droga. Attorno a lui i compagni lo scherniscono, lo prendono in giro, non lo fanno sentire a suo agio. Perché? Chiron non lo sa. Ce l'hanno con lui ma non capisce il motivo. Solo Kevin, un suo amico, sembra essere l'unico a cui sembra davvero importare qualcosa di lui. Chiron è un debole, introverso, insicuro, e queste caratteristiche unite all'ambiente in cui vive lo portano a non riuscire a cavarsela come tutti gli altri. I compagni lo chiamano faggot, checca, ma lui non sa neanche che vuol dire. Non sa molte cose del mondo. è solo un bambino indifeso che si trova a vivere in una situazione che non gli permette la libertà e la spensieratezza che ogni bambino dovrebbe avere. Incontra Blue, uno spacciatore dal cuore d'oro. Blue appare subito come la figura paterna che Chiron non ha. Lo porta a nuotare fra le onde del mare, lo porta a casa sua, lo fa sentire al sicuro per qualche momento lontano dalla madre, dai posti che lo logorano, dai momenti che lo fanno soffrire. Lo distrae, e gli apre la mente. Blue, da quel poco che capiamo, è sicuramente stato come Chiron; ha vissuto in un ambiente malsano, e alla fine è diventato spacciatore; ma dagli sguardi, dalle parole, dalla voce del grandissimo Ali, capiamo che Blue è pentito, non avrebbe voluto quella vita che sta vivendo, ma non ha avuto altra scelta. Per questo lui cerca di salvare almeno Chiron, di salvarlo da quell'ambente che ha trasformato pure lui.


Chiron adolescente non è cambiato di molto. L'infanzia ti segna, e l'adolescenza è ancora più difficile se sei stato male da bambino. Chiron è ancora insicuro. È alle superiori, ma attorno a lui c'è ancora la stessa cattiveria di un tempo. Blue non c'è più, e dovrà cavarsela da solo. Se nell'infanzia a farti del male ci pensano le parole dei tuoi compagni, qualche sgambetto, qualche offesa, nell'adolescenza si sale di livello, con calci, pugni, sangue, violenza. Chiron sperimenta tutto ciò sulla propria pelle, e reagisce come può: effettuando violenza. Ma quello non è Chiron. Noi sappiamo che quello non può essere lui. Anche lui lo sa. Quello che ha sferrato la sedia sulla schiena del suo compagno bullo non è lui. Cos'è successo? C'è una trasformazione, dettata dall'ambiente circostante. Chiron paga per il suo errore, gli altri no. Non ha avuto il fegato per denunciare i suoi aggressori, che l'hanno malmenato solo per il suo modo di essere, di vivere. Perché è una checca forse? Non lo sa.
Kevin è sempre la persona che gli sta più vicino, quasi l'unica persona con cui ha rapporti, a parte la madre e la compagna di Blue. Kevin però diventa qualcos'altro per Chiron. È la prima persona a cui dà un bacio, la prima a cui da una carezza, la prima che lo fa sentire vivo, lo fa esistere per un momento, lì su quella spiaggia, al chiaro di luna, dove i bambini neri sembrano blu...

Kevin è l'incontro di Chiron con l'omosessualità. Ma Chiron non sa ancora nulla di sé stesso. Quella era una scintilla esplosa nella sua vita.

Chiron adulto è il risultato degli anni precedenti. L'ambiente circostante l'ha forgiato: la violenza, il bullismo, gli anni di riformatorio lo hanno cambiato, rendendolo qualcun'altro. È diventato uno spacciatore, fa palestra, ha una fighissima macchina vecchio stile, gira con una pistola sul cruscotto. Questo è Chiron ora, forgiato dall'ambiente. 

Una notte arriva una chiamata. È Kevin. Non si vedono da anni, si son perso completamente di vista, ognuno ha preso una strada diversa e son cresciuti, cambiati.
Si incontrano, in una sequenza meravigliosa fatta di silenzi, imbarazzo, parole sussurrate, musica che ricorda un incontro, un momento. Chiron e Kevin si scrutano, ed è come se non fosse passato nemmeno un minuto dall'ultimo incontro. 
Kevin ha fatto delle brutte cose nella sua vita, ma poi ha svoltato: ha fatto un figlio, ha un lavoro stabile come cuoco, che non gli permetterà di avere chissà quanti soldi o togliersi chissà quali sfizi ma gli permette di essere tranquillo, al sicuro, senza pensieri.
Chiron invece è ancora bloccato. È qualcosa che anche lui sa di non essere. Ma l'ambiente l'ha cambiato, in questa nuova figura di sé stesso, rappresentazione, attore nella sua vita. Lui non è così. Kevin lo sa, non lo accetta, glielo dice.


La vita ci mette spesso davanti a scelte difficili, ci fa incontrare persone che ci offendono, non ci capiscono, non guardano oltre l'apparenza, che ci fanno del male, con una parola, un'offesa; e se non siamo abbastanza forti, non riusciremo mai a prevalere su tutto ciò, resteremo sempre bloccati e ci faremo forgiare dall'ambiente che ci circonda, come successo a Chiron.

L'incontro con Kevin porta Chiron sicuramente a riflettere sulla sua condizione. Kevin è memoria del passato, di momenti bui ma anche lucenti; Kevin è la vita assaporata da Chiron; è l'unico sprazzo di amore che ha potuto conoscere; è forse l'unica persona che è stata importante e che può essere importante per lui.
Non sappiamo che succederà dopo, se Chiron se ne andrà senza tornare o proverà a cambiare. Sappiamo solo che in quel momento sono assieme. In quel momento non conta più nulla. Non c'è passato che tenga. Conta solo quell'attimo di vita fra loro due. 
Quest'incontro potrà dare forza a entrambi, soprattutto a Chiron, per capire che c'è ancora tempo per cambiare e che è possibile farlo se si incontrano le persone giuste e se si riesce a sfuggire da quell'ambiente che ci fa vivere una vita che non è la nostra. 
At some point, you gotta decide for yourself who you're going to be. Can't let nobody make that decision for you.
Questo deve fare Chiron. E dopo questo incontro forse cambierà.

Moonlight non è da bollare solo come film che ha vinto per motivi politici e sociali. Non facciamo quest'errore, per favore. 
È una storia universale. Il razzismo non c'entra; l'omosessualità è trattata con pudore e poesia, lasciata sullo sfondo, patina meravigliosa di una storia struggente.
È una storia di amicizia, di vite che si intrecciano, di persone che crescono senza poter dimostrare il loro valore, senza poter neanche pensare di poter essere qualcun'altro, senza poter sognare o vedersi diversi e cambiati nel futuro, senza privilegi di alcun tipo, o alcuna possibilità di svoltare.

Metafora della vita del regista Barry Jenkins. Se non fosse capitato quel finale scioccante durante la cerimonia, nel suo discorso avrebbe detto che la vittoria del film per lui era una cosa inimmaginabile per un ragazzo come lui, cresciuto in quegli ambienti, dove non ti è permesso sognare.

Vivere la vita che vogliamo è un diritto di tutti. 

Questo è Moonlight, una piccola opera d'arte che racconta con sentimento l'amicizia, la vita, il riuscire a prevalere su ciò che ci circonda, a far prevalere noi stessi, a far alzare al cielo la nostra voce per urlare al mondo che qui ci siamo anche noi, siamo vivi e vogliamo vivere la vita che vogliamo!


sabato 25 febbraio 2017

OSCAR 2017: I miei favoriti

È la notte delle stelle. È la mia notte preferita. È la notte dei cinefili (a parte quelli troppo snob che schifano cerimonie del genere a prescindere da tutto). È la notte degli Oscar. E come ogni anno giù a fare pronostici, a commentare, a valutare le recitazioni, e ogni piccolo particolare dei film candidati. È un periodo in cui vivo il cinema a 360°, in cui ho l'occasione anche di scoprire nuovi talenti e vedere film a cui magari non avrei dato una possibilità.

Avendo visto praticamente tutti i film che hanno ricevuto nomination, ecco i miei personalissimi favoriti per l'ambita statuetta.

Miglior film


Per chi tifo: La La Land

Questa è la categoria che potrebbe riservarci più sorprese, anche se non sembrerebbe. La La Land è un film magico che ho sentito mio, personalmente è stato una manna dal cielo a cui non potevo non affezionarmi. Ma questa è una categoria che potrebbe riservare delle sorprese. Occhio all'outsider Moonlight, che potrebbe essere premiato per le delicate tematiche, e al potentissimo Manchester by the sea, una storia che potrebbe piacere molto ai membri dell'Academy. Personalmente, se dovesse vincere quest'ultimo non sarei deluso.


Miglior regia

  • Damien Chazelle - La La Land
  • Barry Jenkins - Moonlight
  • Kenneth Lonergan - Manchester by the Sea
  • Denis Villeneuve - Arrival
  • Mel Gibson - La battaglia di Hacksaw Ridge (Hacksaw Ridge)

Per chi tifo: Damien Chazelle


Se La La Land è così magico lo si deve soprattutto al tocco di questo giovane regista, che ha saputo dosare con maestria sogno e realtà, orchestrando tutto in modo perfetto e meraviglioso.
Tutti gli altri candidati hanno fatto un eccellente lavoro, ma Chazelle ha dimostrato quel qualcosa in più.
La mia seconda scelta qui è Kenneth Lonergan.

Miglior attore protagonista


Per chi tifo: Casey Affleck

Qua non ho nessun dubbio. Tra tutte le spettacolari performance di quest'anno, quella che più mi è restata dentro è quella di Affleck. All'apparenza semplice, ma per me difficilissima. Struggente e dolorosa ma soprattutto vera e sentita.

Miglior attrice protagonista


Per chi tifo: Emma Stone

Qua sono fin troppo di parte. Emma è la mia attrice preferita. Birdman era il film che le serviva per aiutarla a spiccare il volo, e con La La Land ha finalmente volato, verso una carriera rosea, dimostrando di essere davvero una bravissima attrice. 
Ho adorato Natalie, e mi ha scombussolato la Huppert, ma Emma merita questo premio perché in La La Land non ha recitato, ma ha vissuto intensamente il personaggio.


Miglior attore non protagonista


Per chi tifo: Michael Shannon

Tutte grandissime interpretazioni, difficile davvero scegliere la migliore.
Non capisco molto il gran clamore suscitato da Mahershala Ali, praticamente il vincitore annunciato, che in Moonlight ha un ruolo fondamentale per la storia, ma che non mi ha entusiasmato più di tanto.
Il Michael Shannon sceriffo morente di Animali Notturni invece mi ha comunicato molto, con una presenza scenica maestosa.

Miglior attrice non protagonista


Per chi tifo: Viola Devis

Qua non c'è storia. A meno di particolare e assurde sorprese, il premio andrà a Viola Devis com'è giusto che sia. Devastante in Fences, messa in ombra per un po' da Denzel Washington, per poi esplodere e farti emozionare anche solo con lo sguardo. 

Migliore sceneggiatura originale


Per chi tifo: Manchester by the sea

Le sceneggiature di quest'anno sono una più bella dell'altra. Difficile davvero scegliere. 
Quella di The Lobster è la più originale di tutte, nel vero senso della parola, ma non credo possa avere molte possibilità di fronte ad una corazzata come Manchester by the sea (che credo vinca) o alla magica perfezione di La La Land. Categoria molto combattuta.


Migliore sceneggiatura non originale


Per chi tifo: Hidden Figures, o Arrival

Difficile scelta anche qui. Scelgo quella di Hidden Figures perché l'ho trovata praticamente perfetta, sia nel ritmo che nei dialoghi. Non mi dispiacerebbe neanche se premiassero quella di Arrival, delicata seppur affontando un tema fantascientifico.


Miglior fotografia


Per chi tifo: La La Land

Non ho visto Silence ma credo che qui il premio allo straordinario lavoro di Sandgren per La La Land non glielo tolga nessuno, dato che se il film è così magico lo dobbiamo fortemente anche a lui.

Miglior scenografia



Per chi tifo: La La Land

Per girare un film moderno che abbia però quel tocco retrò, da anni '50, la scenografia è importantissima e in La La Land è semplicemente perfetta.

Miglior montaggio


Per chi tifo: per nessuno in particolare

Mi aspetto la vittoria di Hacksaw Ridge, perché se quell'ora piena di battaglia non ti pesa è merito soprattutto del montaggio.

Miglior colonna sonora


Per chi tifo: La La Land

Ma qui non c'è neanche da chiedere. Continuo ad ascoltarla quasi ogni giorno da più di una settimana. Gioia di vivere, malinconia, speranza, sogno. Date quell'Oscar a Justin Hurwitz.

Miglior canzone


Per chi tifo: Audition - La La Land

Credo vincerà City of stars, ma Audition ha perforato il mio cuore ed è un momento in cui mi son davvero commosso, merito anche dell'interpretazione di Emma. 




venerdì 24 febbraio 2017

MANCHESTER BY THE SEA - Un dramma meraviglioso

Manchester by the sea è un film che mi è piaciuto tantissimo fin dalla prima visione. Il giorno dopo, e nei giorni successivi mi è piaciuto ancora di più. Questa è una caratteristica per me importante in un film: quando ci rifletti a mente fredda e continua a piacerti sempre più, significa che ti è proprio entrato dentro e ci sta restando anche dopo la prima visione.

È un film duro, drammatico a livelli esorbitanti, che però ti distrugge dentro senza mai scadere nel ridicolo, nel banale e soprattutto senza far scendere la lacrimuccia facile. Per questo è un gran film.
Parla del lutto e lo fa in una maniera molto realistica. Io non ho mai vissuto, per fortuna, il tipo di drammi raccontati nel film. Qualcuno li avrà vissuti e riuscirà ad entrare subito in empatia coi personaggi e a vivere la storia in modo diverso. Io sono uno spettatore molto esterno.
È un film che però non lascia molto spazio ad un empatia tra spettatore e personaggio. A partire dalla sceneggiatura che mi è piaciuta tantissimo. Molto reale, con pochi fronzoli ti fa entrare nella storia di questi personaggi tenendoti però sempre a debita distanza da loro. Le scene, i dialoghi, non sono di immediata comprensione per lo spettatore, non sono espliciti o troppo didascalici. La regia, che potrebbe sembrare piatta o normale, impone un muro tra spettatore e personaggi. È come se il regista ti stesse dicendo "Spettatore, guarda la storia di queste vite, ma restaci lontano; non potrai capire il loro dramma". Per buona parte del film lo spettatore sta dietro questo muro, ad osservare. Nella prima metà ci sono pochissimi primi piani, si lascia spazio a figure intere o piani americani, ma mai troppo vicini, mai troppo invadenti. Questo forse per evitare che lo spettatore possa entrare subito in empatia coi personaggi.
La sceneggiatura mi è piaciuta tanto, ripeto, perché le situazioni sono estremamente reali, strappate dalla realtà e ricopiate sullo schermo.

Casey Affleck, che interpreta il personaggio di Lee, è da Oscar. Non mi importa del suo passato, non so cosa abbia fatto di tanto brutto, non mi sono informato e per ora non mi interessa. Se devo parlare del Casey Affleck attore posso solo dire che ci ha regalato una performance magistrale. 
Lavora tanto di sottrazione. Per molti può sembrare semplicemente apatico: "Facile, passa tutto il tempo con lo sguardo basso, triste, riesco a farlo anche io". Si spoglia completamente e lavora su sguardo, movenze, e gestualità (quasi assente). Non è semplice tenere per due ore e passa un atteggiamento del genere.
Michelle Williams mi è piaciuta tanto. Ha una parte molto breve, neanche dieci minuti, ma la fa egregiamente. Non capisco tanto la nomination. Guardando il film mi sarei aspettato molte scene in più per lei, ma questa è un'altra caratteristica del film: smontare le tue convinzioni da spettatore, cinefilo, divoratore di pellicola. Tu spettatore pensi "ora succederà questo, ora sbucherà questo personaggio etc.". Ogni tua convinzione, Lonergan la distrugge.
Mi ha convinto anche Lucas Hedges, che interpreta il nipote di Casey Affleck.

Come definire il personaggio di Lee? È magnifico. Questo tipo di personaggio mi piace sempre nel cinema. Personaggi che non parlano tanto, che stanno sempre in disparte, protetti da una corazza senza voler molte intromissioni esterne.
Fin dalle prime scene Lee ci appare come una persona apatica, devastata. Lavora come custode di un palazzo a Boston. Dalle poche scene in cui lo vediamo interagire con gli abitanti di questo edificio, capiamo che lui non vorrebbe essere lì (e neanche Lee). Lui parla con queste persone ma ci parla con inerzia, ci parla perché è il suo lavoro, ma fondamentalmente non gliene frega nulla di loro o di dover interagire in altro modo con loro. Scatena una rissa in un bar per futili motivi, e notiamo in lui una rabbia repressa in lui, ma non immagineremmo mai il perché. 
Per buona parte del film non capiamo perché Lee è così. Intravediamo una devastazione del suo animo, ma non sappiamo bene il motivo. 
Nel linguaggio tecnico del cinema, quando si parla di sceneggiatura, si dice seminare per poi raccogliere. Lonergan semina tanti particolari per poi raccogliere più avanti, dopo quel plot twist che devasta non solo i personaggi ma anche lo spettatore. Lonergan è bravissimo in ciò. Semina anche nel momento in cui Lee ritorna nel suo paese d'origine. 
Manchester by the sea è una piccolissima cittadina dove si presuppone tutti si conoscano. Lee è costretto a tornarci dopo la morte del fratello, e a incontrare il nipote, il quale è praticamente orfano dato che la madre non si sa dove si trovi, fuggita via tempo prima a causa di un problema con l'alcol. Lee scopre che il fratello gli ha lasciato il figlio in tutela. Non vuole accettare questa cosa. È sconvolto, incredulo, ma Casey Affleck non è mai sopra le righe neanche in questi momenti.
Nella scena in cui Lee si trova dall'avvocato per discutere delle ultime volontà del fratello, Lonergan, da buon bravo sceneggiatore ma anche stronzo, inserisce il flash-back che ci porterà a sconvolgere la nostra visione. È un flashback che segue altri flashback che sono stati inseriti nel corso del film, sempre incastrati in modo preciso, senza mai dar fastidio. Scopriamo che Lee, in modo accidentale, ha provocato l'incendio della sua casa. Una sera ha fatto baldoria con gli amici, ubriacandosi, uscendo a notte fonda per recarsi in un negozietto, dopo aver acceso il fuoco per riscaldare la casa, dimenticandosi di mettere la protezione al camino. Lee rientra e scopre che casa sua è totalmente andata, rasa al suolo, e che i suoi tre figli, e ripeto TRE figli, sono morti, e che la moglie (Michelle Williams) è in ospedale.
È una scena dura da mandare giù. Ti devasta, ma il modo in cui è raccontata ti lascia sì con l'amaro in bocca, con un magone allo stomaco, ma non ti fa commuovere, non ti fa piangere ed è perfetto raccontare una scena del genere in questo modo, tenendo la coerenza con tutto il resto raccontato prima e quello che si racconterà dopo.
Lee è distrutto. Nella centrale di polizia cerca di uccidersi con una pistola che ha sottratto ad un agente. Già lì capiamo perché questo personaggio per tutti i 60 minuti precedenti al plot twist era così. Lonergan ha seminato per poi raccogliere. Il momento del raccolto è un momento cruciale, incredibile. E grazie a questa semina portata avanti nel corso delle sequenze precedenti, lo spettatore viene devastato ancora di più. Prima di questo plot twist tu cominci a sapere delle cose mediante i flashback e gli atteggiamenti di Lee, ma non sai mai perché. Quando capisci il motivo, non ce n'è per nessuno. È qualcosa di devastante. Ed è l'esempio di una grande sceneggiatura. Seminare bene e raccogliere frutti squisiti. Tutto ciò che viene dopo questo momento è visto con altri occhi, a partire dal personaggio di Lee. E ti chiedi dove cavolo sia Michelle Williams.

Vorrei spendere due parole sul rapporto tra Lee e il nipote Patrick. È un rapporto che parte un po' incrinato. Da alcuni flashback scopriamo che i due hanno avuto, quando Patrick era piccolo, un tipico rapporto zio-nipote, quindi quasi di amicizia. Il loro rapporto attuale parte però un po' in sordina. All'inizio non si sopportano granché, vuoi l'atteggiamento di Lee, vuoi per il dramma che sta vivendo il ragazzo, insomma non si amano più di tanto. Si sopportano perché devono farlo date le circostanze.
Questo rapporto via via cresce ma non decolla mai completamente, ed è un altro fatto per cui il film è così reale. 
Da un film semplice che tratta questo argomento ti aspetti questo: il ragazzo perde il padre, Lee ha avuto una tragedia che lo ha devastato; il ritorno nella sua cittadine d'origine, il vivere a contatto col nipote gli permette di superare il trauma vissuto tempo prima, gli permette di prendere in mano i brandelli della propria vita, rimetterli assieme, ripartire da zero nel suo paese insieme al nipote, che ha avuto una tragedia non violenta come quella di Lee ma pur sempre una tragedia, e vissero tutti felici e contenti, col sorriso stampato, rincontrando l'ex moglie, ripartendo da zero.
No. Lonergan ti sferra un cazzotto, poi un altro, poi ti rifila due schiaffi e ti dice che è questa la vita. Non c'è quasi mai il lieto fine. Questa è la vita nella sua assurdità, brutalità.


Il finale del film è meraviglioso perché non è un finale chiuso ma neanche così tanto aperto. Ci dà uno spiraglio di speranza, soprattutto per il personaggio di Lee. Non accetta di fare il tutore, non può farlo, non se la sente e non è in grado. Ha tolto la vita ai suoi figli, ha avuto una tragedia così grande che non riuscirà mai a ricomporre i pezzi della propria vita e non sarà mai in grado di badare a qualcun altro. Potrebbe fare un tentativo con Patrick, ma il dolore è troppo grande per poter ripartire da zero. A volte non puoi sconfiggere il dolore. Io non ho avuto tragedie del genere, per fortuna, ma non credo sia così facile, soprattutto quando togli la vita ai tuoi figli; non è semplice ripartire da zero. Non accetta di fare il tutore ma aggiusta la vita del ragazzo. Sceglie come tutori una famiglia di amici del padre, gente brava, gente che aveva a cuore il padre del ragazzo e che avrà pure a cuore le sorti del figlio. Permette a Patrick di stare lì, di continuare il suo cammino. 
Lee torna a Boston e continua la sua vita in modo apatico, continua a non vivere. È come se lui si stesse condannando a morte, non morendo fisicamente ma vivendo una vita da morto che cammina. Come se la sua prigione, dato che la giustizia non l'ha punito, ci pensa lui a rendersi giustizia da solo e a non vivere. Ma, nel suo buco/appartamento, decide di mettere un divano/letto in più, così potrà ospitare Patrick quando vorrà andare a trovarlo a Boston. C'è uno spiraglio di speranza. C'è una luce in fondo al tunnel. Per Lee, quella luce, quello spiraglio flebile, è rappresentato dal nipote.

Vorrei parlare poi della reazione di Patrick alla morte del padre. Può sembrare un po' strano il fatto che il ragazzo, dopo una normale commozione iniziale, sembra quasi non concepire nessuna tragedia, perché continua a vivere normalmente, uscendo con gli amici, giocando a hockey, uscendo con due ragazze nello stesso tempo, quasi come se nulla fosse cambiato. All'inizio ho storto un po' il naso, però poi ho pensato "chi sono io per dire come dovrebbe reagire un figlio alla morte del padre?". 
Patrick sta assorbendo la morte del padre mediante distrazioni. C'è una scena bellissima in cui lui torna coi piedi per terra. Una notte apre il freezer e cascano giù dei pezzi di pollo congelati. Il padre non è stato sepolto perché il terreno è ghiacciato e il corpo è dentro una sorta di frigorifero all'obitorio. Per questo, quando Patrick vede quel pollo congelato ha, probabilmente, una visione del padre che è come un pezzo di pollo dentro un freezer. Ciò gli provoca un attacco di panico. Lì realizza che il padre è morto. Dopo tante distrazioni la realtà piomba su di lui sotto forma di metafora. Mio padre ormai è come questo pezzo di pollo qui. È una scena molto bella, molto metaforica e potente.

Come ultima cosa vorrei parlare della scena fra Michelle Williams e Casey Affleck.
Lee becca per caso in strada la sua ex moglie, la madre dei figli che lui ha ucciso. Il dialogo parte con i due molto imbarazzati. Si capisce che non si parlano né si vedono da tanto tempo. Il dialogo è costruito in maniera fenomenale perché c'è una tensione che cresce ed esplode, dettata dalle parole scritte della sceneggiatura ma soprattutto dalle interpretazioni dei due attori. 
Michelle Williams nel frattempo è diventata di nuovo madre: ha voltato pagina, ha preso in mano la sua vita come non ha fatto Lee. Lei è andata avanti, lui no. Dopo alcune frasi formali e gli iniziali convenevoli, il passato comincia a spuntare fuori. La commozione la fa da padrona. Michelle Williams incolpa sé stessa per aver detto a Lee parole gravi in passato, e di averlo allontanato. Cerca di scusarsi, comincia a piangere, perché è pentita, dopo molti anni, di aver dato di matto verso Lee, anche perché ora lei,  dopo aver avuto modo di sfreddare l'animo, è nella condizione giusta di perdonare Lee e di farsi perdonare. Lei sta andando avanti e vorrebbe questo anche per Lee.
Casey Affleck è immobile, pian piano i suoi occhi cominciano a riempirsi di lacrime, ma non è una commozione che esplode all'improvviso. Non vuole sentire niente di tutto quello, non vuole essere perdonato, vuole restare così com'è, il giusto colpevole. Lei vuole interagire con lui, provare a riprendere ciò che avevano mollato. Casey Affleck è come se volesse uccidersi in quel momento. Avesse avuto una pistola a portata di mano l'avrebbe usata.
C'è una forza nel dialogo, c'è una tensione ed un'empatia incredibili tra i due.
Affleck poi pronuncia la battuta più bella del film: "There's nothing there". Non c'è niente lì. Non c'è più niente. Dentro il suo cuore. Nella sua vita. Nella sua testa. Tutto è distrutto. Quella battuta, il modo in cui è recitata, lo sguardo che la accompagna, fa venire i brividi. Questo significa recitare. Questa scena vale il prezzo del biglietto, vale la visione del film e vale un oscar per Casey Affleck. Perché lì capisci tutto di Lee.
There's nothing there. Non vedo perché io debba continuare a vivere, sorridere alle persone davanti a casa mia, alzarmi la mattina, far da tutore a mio nipote... Ho ucciso i miei figli. Come posso sopportare questo peso? Come posso meritare di vivere dopo tutto quello che ho fatto?

Non c'è niente lì. Non c'è più niente. Continuo a vivere, certo... ma non sono vivo... sono morto esattamente quel giorno là, la mia vita è finita in quell'istante... Tutto il resto è solo la cornice... il dipinto è andato distrutto...

Voto: 8,5



giovedì 23 febbraio 2017

LA LA LAND, MANIFESTO DEI SOGNATORI

Quando decisi di aprire il blog, qualche anno fa, nella difficile decisione di  quale nome affibbiargli, la scelta cadde su Born To Dream, nato per sognare. Era un buon titolo, perché in tre parole rifletteva ciò che ero e sono tutt'ora: un sognatore. Il cinema mi accompagna dall'infanzia. Già alle elementari smanettavo col videoregistratore, divorando tutti i film Disney ma soprattutto due film "seri" che mi iniziarono al cinema vero e proprio, pellicole come E.T. e Jurassic Park che fecero breccia nel mio immaginario di bambino, scavando a fondo e smuovendo qualcosa di magico, bellissimo, meraviglioso. Lì nacque la mia passione per la settima arte. Ero un divoratore di televisione, non essendoci a quel tempo né internet, né quei social network che qualche anno dopo avrebbero paralizzato le nostre vite cambiandoci le abitudini. Sia chiaro, passavo tantissimo tempo anche all'aria aperta, vivendo in un paese di neanche duemila anime dove potevi esplorare il mondo attorno a te, scorrazzando con gli amici in bici o tirando due calci al pallone ogni pomeriggio al campetto. Ma la Tv divenne ben presto qualcosa di imprescindibile per me. I bellissimi di Rete 4, i cartoni animati di Italia 1, i film di Stallone o Schwarzenegger... Sono cresciuto a pane e cinema, e pure con ginocchia sbucciate a causa di cadute in bici. Sono sempre stato dotato di una grandissima immaginazione, e la tv mi aiutava a spaziare ancora di più per mondi, città, e vite incredibili. Era bellissimo, per un bambino. Via via che crescevo, questa passione diventava sempre più forte, fino a diventare una vera e propria ragione di vita. Ho studiato cinema, continuo a studiare da autodidatta, guardando tanti film, serie tv, prendendo appunti dai maestri, spulciando tutte le specifiche tecniche, scrivendo sceneggiature, realizzando cortometraggi, e cercando di trasformare tutto ciò in un lavoro. Con un paio di miei corti ho vinto due premi: uno del pubblico, e uno assegnato da una giuria che ha capito e apprezzato il mio lavoro. Non c'è cosa più bella di quando i tuoi sforzi vengono compresi e premiati. Questi due premi possono sembrare semplici, senza valore, da chi guarda da fuori, ma per me sono tutto, sono una cosa che mi fa andare avanti per la mia strada, prendendo sempre più coscienza di essere in grado davvero di fare qualcosa di bello, di poter continuare a inseguire quei sogni che rincorro da sempre. La realtà è sempre in agguato, e sognare è sempre più difficile ormai, soprattutto di questi tempi. Sono sempre con la testa fra le nuvole, e continuo a sognare, per rendere meno amara la realtà che mi circonda, per avere uno stimolo in più bel alzarmi dal letto la mattina col sorriso e con la forza data dalla consapevolezza di poter creare qualcosa, di essere in grado di farla. Di contare in questo mondo.

A 26 anni poi si è in un'età difficile, soprattutto per i sognatori. Non puoi più sgarrare, l'orologio corre veloce, cominci ad avere delle responsabilità, senza contare le pressioni di chi ora si aspetta qualcosa di più pragmatico da te. Potete ben capire che la realtà a questo punto irrompe sui sogni sfondando la porta dando il via ad una caccia alle streghe.
Potete ben capire a questo punto cosa ha significato per me la visione di La La Land. Uno specchio riflesso della mia vita, dei miei sogni, delle mie paure, ma anche uno stimolo ad andare avanti con convinzione, aggrappandomi alla mia passione; la mia salvezza, la mia guida verso il futuro.

La La Land è un film magico, e questa magia ti pervade per tutte e due le ore di durata. La magia dei sogni, ma anche la realtà, mischiate in un modo meraviglioso, senza scadere mai nel ridicolo o banale. Questa è la vera forza del film: parlare dei sogni ma stando sempre coi piedi per terra. Perché per quanto grandi possano essere i nostri sogni, dovremmo sempre poggiare i nostri piedi a terra e scendere dalle nuvole, per poterli vedere realizzati.
Il compromesso è la chiave del film.
Il sentiero della vita non lo percorriamo mai da soli. Attorno a noi abbiamo tantissime persone, chi come semplice comparsa, chi come protagonista, come spalla, che ci accompagnano in questo cammino. Uno dei punti forti di Lost, la mia serie preferita, è la forza dei personaggi, che vivono quell'avventura assieme, soffrendo, amando, non potendo più fare a meno gli uni degli altri, perché la parte migliore della loro vita è stata il tempo che hanno vissuto insieme. Mia e Sebastian hanno avuto bisogno dell'uno e dell'altra per riuscire a realizzare i propri sogni. A volte da solo non puoi farcela, serve qualcuno che ti sproni, che ti apra gli occhi, che ti infondi una forza che non pensavi di avere prima, che tiri fuori il meglio di te, quello che tenevi nascosto per paura di fallire, di non piacere, di non riuscire nel tuo intento. Una sorta di deus ex machina. Ma la realtà supera la fantasia, e assistiamo ad uno dei finali più belli della storia cinematografica recente. Un what if incredibile. Spesso rifletto sul mio passato, e mi chiedo cosa sarebbe successo se non avessi incontrato quella persona o se non avessi deciso di fare quella particolare cosa. Un brivido mi percorre, e smetto di pensarci. Guardo al mio presente, a ciò che ho costruito o distrutto per colpa delle mie scelte. Ma soprattutto guardo al futuro, forse troppo. Penso costantemente alla mia vita fra qualche anno, e questo a volte è un male, perché non mi fa vivere bene il presente, essendo troppo preoccupato a costruire qualcosa di solido in vista del futuro che incombe come una minaccia. Un po' come Mia e Sebastian, che vivono il futuro nel presente, pressati dal desiderio di realizzare quel sogno a cui si aggrappano giorno dopo giorno.


Io ho 26 anni. Damien Chazelle, il mago, il creatore di tutta questa meraviglia, a 31 anni potrebbe diventare il più giovane regista a vincere l'Oscar. Un po' lo invidio, è ovvio, la gli voglio bene, e lo vorrei abbracciare, e ringraziarlo, perché è grazie a gente come lui se io continuo a crederci, e continuo ad amare la mia passione e questa arte di cui continuo ad innamorarmi alla follia.
Che Chazelle sia ormai un grande regista è cosa appurata. Per due ore è riuscito a tener viva un'atmosfera magica, riuscendo però anche a unirla alla realtà della vita, merito anche di una fotografia quasi commovente.
Come non innamorarsi poi delle musiche, che ascolto ormai ogni giorno dalla visione, magia pura che mi emoziona dopo ogni ascolto.
Come non voler bene a Ryan Gosling, che non amo particolarmente, e non per aver imparato a suonare il pianoforte, ma per aver interpretato in modo perfetto il giusto equilibro fra sogno e realtà, con quello sguardo finale, e quel mezzo sorriso, che ti bucano l'anima.

L'ho lasciata per ultima perché è la cosa più bella del film.
Emma.
Sono fan di Emma Stone dal 2012. È la mia attrice preferita. Mi è sempre piaciuta per quella giusta dose di umiltà, pazzia, e bravura, che la rende unica nel suo genere.
Nel 2014, l'ho incontrata a Roma, ci siamo guardati, lei ha sorriso, io stavo per morire, e mi ha autografato una sua bella foto che avevo stampato per l'occasione. È stato un momento magico. Vedere dal vivo una delle persone più importanti per te, una di quelle che ti danno forza per credere in ciò che fai, in ciò che sogni, è un'emozione indescrivibile. Vederla fuori dall schermo, in carne e ossa davanti a te, ti fa realizzare che è un essere umano proprio come lo sei tu. Se ci è riuscita lei, potresti riuscirci anche tu.


Dopo averla amata in Birdman, dove aveva un ruolo marginale ma interpretato divinamente, con l'interpretazione di Mia ho capito che ha ufficialmente spiccato il volo. La guardi lì che canta, balla, si commuove, ride, fa le smorfie, e la ami. Non sta recitando. Non sta fingendo. È vera, è reale, è straordinaria. Il ruolo è suo, le calza a pennello. Riesce a farti ridere e un attimo dopo ti commuove, con quegli occhioni grandi in cui vorresti tuffarti e piangere insieme a le.
Potete ben capire il mio stato d'animo durante la scena dell'audizione finale, in cui Emma dà forse la prova più straordinaria della sua carriera, in un piano sequenza che ci fa immergere nel bellissimo testo della canzone Audition, che spero venga premiata, e ci devasta con la performance attoriale.

Il testo di questa splendida canzone l'ho sentito mio. È l'inno di noi sognatori, così pazzi, così casinisti, ma meravigliosi nel nostro essere.

Here's to the ones who dream
Foolish as they may seem
Here's to the hearts that ache
Here's to the mess we make


La La Land è una gioia per gli occhi, le orecchie e il cuore... soprattutto di noi sognatori...
Si merita quasi ogni Oscar, si merita tutto il clamore che ha suscitato, e si merita di entrare di diritto nella storia del Cinema, e di quei Classici che non tramonteranno mai, come non lo faranno neanche i nostri sogni, a cui ci aggrappiamo per fuggire da tutto il resto e dare un senso al tutto.



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